Tempi Rudi

Si è conclusa da poche ore una partita importantissima. Forse il match dell’anno per l’importanza della posta in palio e per il prestigio che ne deriva al vincitore. E gli occhi dell’Europa, anzi del mondo, erano puntati su questa sfida, così incerta che non si accettavano scommesse. Parliamo ovviamente non della finale di Champions League, ma della sfida Rudi-SW.
Rudi è il mio amico Rudi, che è tanto una brava persona, colta, educata, riflessiva e tutto sommato ne capisce anche abbastanza di calcio. Ma che non becca un pronostico dal 1942, ed essendo lui nato nel 1959 la cosa è particolarmente significativa. Sul suo blog ogni volta che gioca l’Inter, ma pure in altri casi, si lancia in previsioni e analisi che il campo smentisce sempre. L’ultima per Lazio-Inter: “punto su Maicon”. Lo ha puntato anche Lulic, dribblandolo come un bambino e creando il gol della vittoria della Lazio. Neanche il pendolino di Mosca buonanima.
SW prima si chiamava Sportweek ed è il supplemento del sabato della Gazzetta dello Sport. Da quando è nato, lo sportivo che finisce in copertina regolarmente fa una brutta fine. Mette Rossi e Rossi perde un motomondiale dopo anni di trionfi. Mette Nadal e Nadal smette di vincere. Mette il Barcellona prima di una nota partita contro l’Inter e sapete il risultato (peraltro è la spiegazione più razionale di quel risultato). Una volta ha messo Aron Ralston, alpinista che ha perso un braccio durante una scalata (ci hanno fatto anche un film, 127 ore), e ho pensato che si fossero portati avanti col lavoro.
Sfida ad altissimo livello, quindi. Che riguardava la finale di Champions. Pronostico di Rudi: 2-0 Bayern Monaco. Copertina di SW: Di Matteo, allenatore del Chelsea. Capirete che era il duello finale, tipo Mezzogiorno di fuoco: solo uno ne sarebbe uscito vivo e vegeto nella reputazione.
E la finale l’avete vista tutti. Palpitante, incerta, tesa, tante volte sembrava andare da una parte poi cambiava tutto. Fino al rigore decisivo, di Drogba, che ha incoronato, ma direi intronato che suona meglio, Rudi!
Il temibilissimo SW questa volta si è dovuto arrendere, malgrado abbia alle spalle dei colossi editoriali. E il piccolo e generoso Rudi trionfa su tutto!
Solo una cosa, amico mio: vero che tu mi odi, mi consideri un cretino e prevedi che non farò mai nulla di buono nella vita? Dimmelo, ti prego!!

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Ai confini della realtà

(fantascientifica rubrica revisionista del più bel telefilm di tutti i tempi)

Episodio 100. Il corpo elettrico (I sing the body electric). Trasmesso il 18 maggio 1962. In Italia il 28 novembre 2004

Ci sono quelle volte in cui metti assieme tutto il meglio che puoi e il risultato è così così, o pure peggio. Perché manca l’amalgama, come certe maionesi dove non hai mescolato tutto come si deve. E così per la puntata numero 100 di Ai confini della realtà si voleva dare tutto il meglio. E quindi: sceneggiatura nientemeno che di Ray Bradbury (quello di Cronache marziane, semplicemente il miglior libro di fantascienza di tutti i tempi), da un suo bel racconto, e titolo mitico, che aveva fatto e farà la storia. I sing the body electric era il titolo di una delle poesie di Walt Whitman in Foglie d’erba e qualche anno dopo sarà un album dei Weather Report, la band che ha inventato la jazz fusion.
Però l’episodio non decolla proprio, cioè alla fin fine è di una noia mortale. Un uomo (che è David White, di lì a poco Larry Tate di Vita da strega) rimasto vedovo con tre figli pre-puberi cerca una tata, ma che sia speciale. E. letta una pubblicità sulla rivisdta per ragazzi Modern Science, si rivolge alla Facsimile Limited per acquistare un robo. I bambini si divertono, nella sede della ditta, a scegliere occhi, braccia, capelli e corpo da quegli espositori a cono ricoperti di panno tipici dei gioielli. E compongono così la loro nonna artificiale. Che all’apparenza non è neppure troppo vecchia, sarà sui 50, quando la vediamo comparire a casa loro. Mentre i due più piccoli, Karen e Tom, si affezionano subito a questa specie di cyber-Mary Poppins (anche lei fa volare un aquilone, come un paio di anni dopo avrebbe fatto Julie Andrews), la grande, Anne, la rifiuta decisa. E le grida: “Sei come mia madre. La odio, ha mentito diceva di volermi bene ma è andata via, mi ha lasciata. Non è morta, si è lasciata morire, non avrebbe dovuto, mi ha abbandonata”.
Fino a che la nonna non la salva da un furgone che sta per investirla, rimanendo schiacciata al suo posto, ma uscendone incolume essendo fatta di ingranaggi e acciaio. A quel punto scatta l’amore, e i bambini diventano tutt’uno con lei, che li educa, li intrattiene, ci gioca, gli dà tutto l’affetto che il papà da solo non poteva fornirgli. Fino a che, qualche anno dopo, i bambini diventati ragazzi devono andare all’università. La nonna gli fa le valigie, e poi gli annuncia che il suo compito è finito: tornerà alla Facsimile Limited dove verrà smontata. E il suo cervello entrerà nella
stanza delle voci dove le nonne adottive si parlano e si raccontano quello che gli è successo, in attesa di un nuovo padrone: “Tutto quello che avete fatto o detto, per cui avete riso o pianto lo dividerò nella stanza delle voci”.
Fine. Non c’è trama, non ci sono colpi di scena, non c’è nulla. Tanto che il papà di Twilight zone, Rod Serling, lo fece girare una seconda volta da un altro regista, ma né James Sheldon prima né William Claxton poi lo salvarono.Quella sarebbe stata fantascienza.

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Siringatto

Da qualche giorno mi tocca fare da infermiere al gatto Fulmine. Non ha nulla di particolarmente grave. Da un po’ di tempo si leccava il pispolo con particolare intensità (una delle due cose per cui lo invidio a morte, l’altra è fare le fusa. Doti diversissime, certo: ad esempio a fare le fusa non ho mai neppure provato) tanto da spelarsi tutto nella zona del basso ventre. Da vedere è anche carino, perché il rosa della pelle si sposa bene alla peluria bianca che gli è restata. Ma ovviamente c’è qualcosa che non va.
La veterinaria ha prima ipotizzato che fosse nervoso per qualcosa. In realtà l’ho rassicurata: si comporta come sempre da vero padrone di casa che benignamente accetta la mia presenza purché gli pulisca la lettiera e usi i miei soldi per comprargli scatolette da aprirgli col pollice opponibile. A quel punto ha preso un minuscolo campione della pelle di Fulmine e l’ha esaminato, trovando alcuni batteri presi chissà come (fortunatamente non contagiosa per l’uomo, mi mancherebbe giusto questo).
Cura? Due pastiglie, da dargli a pezzetti due volte al giorno per 20 giorni. Non so se avete presente cosa significhi dare una pastiglia a un gatto. Bisogna tenerlo fermo, spalancargli le fauci (per fortuna questo è facile: basta premere contemporaneamente le due guance), smorzare tentativi di divincolamento, buttargli la pillola in gola e tenergli chiusa la bocca fino a quando non deglutisce. Il tutto può accadere solo usando la forza, gridando e minacciando botte continue, a volte dandogliele pure. Ma soprattutto può accadere solo riuscendo ad afferrarlo, e tra i mille istinti del gatto c’è quello di capire quando lo chiami per dargli qualche fregatura (anche dal veterinario ce l’ho portato con un’ora di ritardo, perché si era rifugiato sotto il mobile della tv, da cui ho dovuto estrarlo tirandolo per la coda). In più Fulmine quando gli butti una pastiglia in bocca può tenerla in bocca anche delle mezze ore per poi sputarla alla mia minima distrazione.
Insomma, una tragedia. Stavolta però ho avuto un’intuizione geniale. Ho comprato una siringa e gli ho tolto l’ago. Ci ho infilato dentro i pezzetti di pillola e ho aggiunto acqua per scioglierli. La prima volta ci è cascato subito: bocca aperta, siringa in gola e via. Poi ha iniziato a girare al largo appena mi vedeva con la siringa. Allora ho dovuto aguzzare di nuovo l’ingegno. Ci sono solo due momenti in cui Fulmine è davvero avvicinabile: la mattina quando mi sveglio e la sera quando torno a casa. Allora viene vicino a farmi ron ron. Quindi devo bloccarlo in quei momenti, estrarre la siringa dal nascondiglio in cui l’avevo messo perché non la vedesse, aprirgli le fauci, siringargli tutto in gola facendoglielo deglutire immediatamente. Poi, mentre il gatto scappa lontano mille miglia, traumatizzato, preparo già la siringa per l’intervento successivo e la nascondo.
Procedura ormai rodata, devo solo continuare ancora per due settimane. Ma devo dire che adesso capisco molto di più le difficoltà del governo Monti, come me alle prese con un malato riottoso alle cure e che non fa neanche le fusa.

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La vie en merde

È lunedì: affrontiamo una nuova settimana con un po’ di amarezze della vita e figuracce assortite dal sito www.viedemerde.fr
- Ho scoperto di essere una star del porno. Il mio ragazzo ha venduto tutti i nostri filmini a un sito ungherese.
- Il mio ragazzo mi ha lasciato. Visioni incompatibili del mondo, dice. “Vivere con una persona che rifiuta di credere alla resurrezione di Michael Jackson va oltre le mie forze”.
- Mi hanno operato al ginocchio. Quando mi risveglio, mi trovo anche la testa fasciata. Il medico mi spiega che ha fatto assistere all’intervento alcuni studenti di Medicina, uno dei quali è scivolato e mi ha dato una zuccata.
- In aereo mi ritrovo seduto tra due italiani che si conoscono: 12 ore di volo!
- Da qualche settimana ho adottato un micetto randagio. La mia ragazza da allora mi ricopre di insulti perché odia i gatti. Quando torna a casa stasera scoprirà che si tratta di una gatta. Che ne ha appena sfornati altri cinque…
- Sono infermiera, mi occupo di donazione di sangue. Una ragazza ha trovato vaga e ambigua la domanda sui suoi ultimi partner sessuali. In effetti non è chiaro se i cetrioli vadano compresi nel conto.
- Presentazione della nuova sede della nostra ditta dove tra poco andremo tutti a lavorare. Il capo ha precisato di essersi fatto mettere l’ufficio accanto alla macchinetta del caffè per aumentare la sua produttività e tenerci d’occhio.
- Dò ospitalità alla mia migliore amica, in crisi sentimentale. Al momento di andare a letto, è entrata nella nostra stanza e si è messa in mezzo tra me e mio marito, perché si sentiva sola.
- In spiagga esco dall’acqua, e volendo fare uno scherzo al mio ragazzo, che si abbronza sull’asciugamano, mi getto su di lui. Solo che ho sbagliato persona.
- Dopo uno sguardo attonito del mio ragazzo, mi sono resa conto che il succhiotto appassionato lo stavo facendo sul mio braccio, non sul suo.
- Ho beccato mio fratello che cercava di vomitare infilandosi fino in gola il mio vibratore.
- Appena circonciso, la zona è molto sensibile. Non posso chinarmi per raccogliere le cose perché i miei jeans sfregano lì contro. Per cui afferro tutto con le dita dei piedi. Adesso ho fatto cadere 300 stuzzicadenti.
- Ho il torcicollo. Ieri sono andato al cinema con la ragazza dei miei sogni, che per la prima volta mi ha abbracciato. E io non ho potuto voltarmi per baciarla.
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All’ombra delle fanciulle in fiore

(rubrica di lettere vere sul sesso) 

Mio marito dice che abbiamo un rapporto al giorno. Io sono convinta di avere un rapporto al mese, perché dedichiamo un intero pomeriggio, ogni tre domeniche, alla nostra passione. Tutti e due abbiamo comunque ragione, perché mio marito mi salta addosso durante la notte, quando dormo, e io non mi rendo conto del rapporto. Mi chiedo però che piacere possa provare un uomo a fare l’amore con una donna che dorme… (F.66)

(lettera a Cronaca Vera)

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Ai confini della realtà

(fantascientifica rubrica revisionista del più bel telefilm di tutti i tempi)

Episodio 99. Fantasia di un giovane (Young man’s fancy). Trasmesso l’11 maggio 1962. In Italia il 21 novembre 2004

Di mamma ce n’è una sola. Ottimo proverbio. Ma non vuol dire né che la tua mamma è unica né che, quando muore, ti accorgi di quant’era preziosa e insostituibile. No, vuole dire che le mamme sono tutte uguali: angoscianti, apprensive, possessive. Spesso, se non sempre, per troppo amore, soffocano i figli (più i figli delle figlie, per motivi che chissà se sono larvatamente edipici oppure no), condizionandone la vita fino a trasformarla in un cimitero delle occasioni perse e dei rimpianti. È stato così anche per me, fino a quando me ne sono andato di casa e ho iniziato a fare i miei errori e a sciupare opportunità, ma a farlo io, non sull’onda di angosce, fiato sul collo e ricatti morali di mammà.
Di sicuro era un bel tipino anche la signora Walker, la mamma di Alex, 34enne che si è appena sposato proprio dopo la morte della madre. Alex e Virginia vivranno altrove, ma prima di partire  per il viaggio di nozze vogliono mettere in vendita la casa della madre di lui. Il classico villino monofamigliare piccolo-boghese su due piani che trionfa nella provincia americana. Una casa, la definisce Rod Serling nella sua classica introduzione a puntata appena iniziata, “restata uguale a se stessa, che ha smesso di considerare il passare del tempo”. E come vedremo non intende solo che tutto, dai mobili all’aria che si respira, parla del passato.
In salotto Virginia abbraccia il marito: “È splendido essere la signora Walker dopo tutti questi anni”, ma lui guarda la foto di mammà su un tavolino, ingrugnita e severa. Alex inizia a toccare la vecchia pendola rotta, i quadri… “Cosa potremmo portarci via? Il televisore, l’orologio elettrico, il frigorifero, la stufa, che sono nuovi… O la radio… peserà un quintale, guarda che intagli, quanti programmi abbiamo ascoltato, sedevamo in salotto. La mamma sedeva su questa poltrona, sfogliava riviste di cinema, a volte preparava un dolce squisito solo per noi due” E i suoi ricordi non si fermerebbero più. Virginia è sconvolta da quanto questa madre morta riesca ancora a condizionare il figlio, e lo spedisce a fare i bagagli. Restata sola in salotto, guarda con disprezzo la foto della mamma e dice: “Lui è mio adesso, non puoi più trattenerlo tra le tue grinfie ormai”. E in quel momento la radio ricomincia a funzionare.
Spaventata, la sposina scappa al piano di sopra e lo trova nella sua stanzetta di bimbo, incantato dai dischi e i giochi di quand’era bambino, fumetti e vestiti. “Tua madre desiderava che tu rimanessi com’eri quando li indossavi”, le dice lei. Lui si offende, ma appena solo dice a una foto della mamma: “Io non voglio vendere la casa”. E lo dice anche a Wilkinson, l’immobiliarista, che arriva poco dopo. Virginia è furiosa: “Ho aspettato 12 anni per sposarti, 12 lunghi anni perché c’era lei. Io voglio la nostra casa, non la sua”. Alex tenta di mediare: “Non credi che potremmo vivere qui? La mamma  ha perso la salute perché ha badato a questa casa per 20 anni, mio padre ci ha abbandonato quando avevo due mesi di vita”. Poi si fa duro. “Non ho intenzione di vendere la casa, cambieremo la tappezzeria, compreremo nuovi mobili”, e se ne va a fare i bagagli.
Ma a ribellarsi a Virginia è anche la casa. La radio si accende da sola. La vecchia pendola rotta riprende a funzionare. Il telefono, che era di quelli normali con la cornetta, diventa di quelli a imbuto degli anni Trenta. Accanto alla radio compare una rivista di cinema, Screen digest, del marzo 1936 con Carole Lombard in copertina, proprio le riviste che leggeva mamma Walker. Sulla mensola compaiono i dolcini fatti da lei, proprio come aveva ricordato Alex. Infine in cucina non ci sono più i moderni elettrodomestici, ma un frigo e una stufa vecchi. La casa sta tornando indietro nel tempo, al periodo in cui il piccolo Alex era curato, amato e soffocato dalla mamma.
Manca solo una persona. Ma ecco ricomparire anche la mamma sulle scale. Virginia, che la odiava da sempre, la aggredisce: “Non puoi più averlo, tu sei morta ormai, lui è mio. Io non gli farò del male, non cercherò di distruggerlo come hai fatto tu, il mio amore lo renderà forte, non più debole, non più soggiogato, tu lo sai, e mi hai sempre odiato per questo. È finito il tempo in cui ti era così facile manovrarlo, non è più il tuo bambino, lascialo vivere”. Lei sussiegosa risponde: “Non dipende da me, cara”. Da una porta del piano di sopra si affaccia Alex che vede la mamma e le dice: “Torna da me, mamma, ti prego vieni”. La signora Walker guarda Virgina con quello sguardo di commiserazione che hanno i vincitori, poi si volta verso il figlio che nel frattempo è tornato bambino e le dice: “Vorrei andare al parco e anche allo zoo e ci compriamo due pannocchie? Che bello”. Poi osserva Virginia con tutto l’odio del mondo e le grida: “Vada via siignora, non abbiamo più bisogno di lei”, come una vecchiia colf.
Tra i due amori Alex ha scelto. Virginia può solo fuggire in lacrime, sconvolta.

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Amarscord

(rubrica di memorie in funzione anti-amnesie)

Quando sono venuto a vivere a Milano, non sono andato subito nella casetta dove abito ormai da una dozzina d’anni. Mammà si era scatenata alla ricerca, e aveva selezionato una marea di appartamenti, alcuni dei quali deliranti. Ne ricordo uno in via Broletto, centro che più centro non si può, anche se a me sarebbe piaciuto più che altro perché e una strada cantata da Sergio Endrigo. Solo che era uno scantinato, senza neanche una finestra che dava sulla strada, e l’idea di vivere come una cavia con la luce perennemente accesa mi terrorizzava.
Nel frattempo avevo trovato ospitalità da un mio cugino di quarto grado. Che in realtà non abitava più a Milano, finiti gli studi, ma aveva un appartamentino in una casa di ringhiera. Classica casa rustica, un po’ diroccata. Anzi tanto: il pavimento era leggermente ma chiaramente inclinato, qualunque cosa buttassi a terra rotolava verso la porta. Ma il cugino non voleva metterci soldi, e neppure poteva: aveva pagato l’appartamento pochissimo, pur essendo in un quartiere pregiato come l’Isola, perché l’aveva comprato a un’asta giudiziaria, e formalmente non ne era ancora il padrone, ma solo il custode giudiziario. “Tu comunque non preoccuparti – mi aveva detto – stacci quanto devi, tanto ho le chiavi e posso usarlo quanto voglio. Per fare i lavori di risistemazione devo aspettare la sentenza con cui me lo assegnano definitivamente”.
E così ero stato lì tre mesi, con l’acqua fredda, l’impianto elettrico malfunzionante e i mobili un po’ tarlati (secondo me sulla questione giudiziaria ci marciava anche un po’, usandola come scusa per non spendere soldi). Fino a quando mammà aveva trovato la casa e io avevo traslocato.
Qualche mese dopo era stata comunicata la sentenza al cugino, e si è scoperto che l’aveva persa. L’appartamento era stato assegnato a chissà chi altro. Ma appunto era stata comunicata: nel senso che risaliva a un anno abbondante prima. E io avevo vissuto nell’appartamento di un altro a mia insaputa. Però, a differenza di Scajola, pure all’insaputa dell’altro.

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La vie en merde

È lunedì: affrontiamo una nuova settimana con un po’ di amarezze della vita e figuracce assortite dal sito www.viedemerde.fr

- Mio figlio di otto anni ha scovato alcune mie videocassette, tra cui degli episodi di South Park. Ci siamo messi a guardarli insieme, senza ricordarmi come sono. Dopo qualche minuto mi ha chiesto cos’è un vibratore.
- Ho detto al mio capo che non stavo bene e non sono andato al lavoro. Più tardi mi arriva un suo sms che mi chiede di comprargli una maglia del Marsiglia, già che sono allo stadio. Mi hanno inquadrato in tv.
- Girando su Internet, trovo un’offerta di lavoro della mia azienda che cerca esattamente una figura professionale come la mia. E io sono l’unico a ricoprirla, lì.
- Mi è nata una bellissima bimba. Ma non potrà saperlo nessuno: nell’agitazione del momento ho inserito tre volte il Pin sbagliato nel telefonino e ora è bloccato.
- Ho scoperto cosa c’è di peggio di rincorrere un autobus per un chilometro: rincorrere per un chilometro l’autobus sbagliato.
- Rincaso alle 11.57 e non metto i soldi nel parchimetro perché la sosta è gratis da mezzogiorno. Mi hanno fatto la multa alle 11.59.
- Devo fare un parcheggio difficile, provo e riprovo. Fino a che un uomo si mette a farmi i segnali per aiutarmi. Una volta posteggiato, lo ringrazio e lui risponde: “Sa, è che la vettura dietro la sua è la mia”.
- Esame di Diritto civile. Come da abitudine, ripasso qualche cosa parlottando tra me e me e tenendo le mani sulle orecchie per isolarmi. Un assistente mi ha cacciato credendo che stessi parlando a un complice con un microfono.
- Vedo una cieca che prova ad attraversare la strada e corro ad aiutarla. Mi insulta e mi picchia gridando che non è cieca. E in effetti non lo è. Gli occhiali da sole erano appunto per il sole. E il bastone bianco è di quelli che servono ad attaccare gli abiti negli armadi.
- La mia ragazza mi ha lasciato. In un momento di solitudine ho chiesto al mio gatto come posso fare senza di lei. Lui mi ha guardato, si è seduto e ha iniziato a leccarsi i genitali.
- Stufa di sentirmi fare domande sull’argomento, ho fatto credere ai miei colleghi che finalmente mi sono fidanzata. Sono stati così felici che hanno fatto una colletta per regalarci un viaggio. Quindi se c’è un ragazzo sui 25 anni, biondo, occhi azzurri, di nome Guillaume si faccia vivo che ha un viaggio pagato.
- Sono a una riunione di lavoro così noiosa che mi metto a giocare col cellulare. Non si sarebbe accorto nessuno, salvo che arriva un black out e l’unica luce in sala è il telefonino.
- Per i miei 23 anni i miei amici mi hanno regalato un criceto. Mi hanno detto che si chiama Verginità: questa, almeno, potrò perderla, prima o poi.

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