Ai confini della realtà

(fantascientifica rubrica revisionista del più bel telefilm di tutti i tempi)

Episodio 110. Miniature (Miniatura). Trasmesso il 21 febbraio 1963. Inedito in Italia

Chiunque sia disgustato da questo mondo, cioè chiunque, ha un suo mondo alternativo dove si rifugia. Che sia una casetta in montagna, un posto che gli ricorda l’infanzia, o più facilmente un luogo della mente, una fantasia che gli consente di staccare dalle miserie che lo circondano.
Charley Parkes, una vistosa somiglianza con Putin anche nella inespressività, ovvero Robert Duvall alla sua prima apparizione di rilievo, ha come suo mondo una casa di bambole. Sta al Burton County Museum, ed è, come recita un cartello, una riproduzione di casa vittoriana del XIX secolo: il modello della casa di Boston dei signori Copley Summers. Tra le miniature di letti e mobili c’è una statuina, che rappresenta la figlia della coppia, Alice “e fu scolpita nel legno del balcone originale”, dice il cartello. Eppure anche se è di legno, questa bambolina è animata, e suona una incantevole musica alla pianola. Almeno, così vede e sente Parkes, ma solo lui: quando ne parla al custode, questo lo prende per mezzo matto.
Quando torna al lavoro, dopo la pausa pranzo, Charley ha una sorpresa: il capo lo licenzia. Non è questione di scarso rendimento, è che “un ufficio è come una squadra o un plotone, o si lavora insieme o non lo si fa. Qui non succede, e il motivo è lei”. Charley è un bravo tipo, ma introverso, solitario, triste, se ne sta per i fatti suoi, non ama questo mondo e non ne è amato. E in più vive con una madre vedova e possessiva, di quelle che lo coccolano in ogni cosa, lo protegge fino a vessarlo. Anche per questo non riesce a mantenere un lavoro che è uno, pur avendo superato i 30 anni, età che mezzo secolo fa era quella della maturità.
Fatto sta che nei giorni seguenti, senza neppure più l’obbligo del lavoro, Charley è fisso al museo, davanti a quella casa di bambola. Parla con la statuina di Alice, che non lo sente e non lo vede, e assiste alle sue vicende senitimentali, come l’arrivo di uno spasimante in frac e cilindro che la porta a spasso. Ormai è innamorato di lei, e dopo aver rifiutato un lavoro offertogli dal cognato, le dichiara il proprio amore.
Anche la sorella (identica a Susanna Tamaro) cerca di fare qualcosa per Charley. Il suo problema, secondo lei, è sentimentale: “Non hai mai avuto una ragazza?”, gli chiede. E lui, arrossendo in modo delizioso: “Non completamente”. Insomma, è ancora verginello. Così la sorella gli organizza un incontro con una collega, Harriet, con cui passa una serrata romantica ma ricca di silenzi. Di fronte alla sua timidezza, lei passa all’azione e cerca di baciarlo, ma lui è così goffo che la fa cadere dalla panchina del parco, e lei se ne va gridandogli: “Non ti serve una ragazza, ti serve un dottore”.
Amarezze di cui Charley si sfoga con la damina, che continua a non sentirlo. Fino a che arriva ancora lo spasimante in frac e con movenze esagerate, finte, da film muto, la aggredisce e la porta in camera da letto. Parkes interviene e rompe con una statuetta il vetro che lo separa dalla casa in miniatura. Inevitabile che finisca davanti a uno psichiatra che cerca di farlo ragionare, mostrandogli anche la statuina, che appunto è una statuina, di legno, che non si muove e non fa nulla. Inizia una terapia, al termine dalla quale mamma e sorella vanno a riprenderselo: “Charley non amava questo mondo e se ne è creato un altro”, gli spiega il dottore. Ma ora è guarito. E in effetti è un uomo nuovo: amoroso, loquace, volenteroso. E disposto ad accettare il lavoro del cognato e a fare la corte a Harriet, che lo ha perdonato.
Ma a un certo punto si chiude in camera e scappa dalla finestra. E dove va? Ovviamente al museo. Si chiude dentro un sarcofago egizio e nottetempo torna davanti alla casa di bambola. E ricomincia a parlare al suo amore: “Volevano convincermi che non sei reale, ho dovuto fingere di credergli. Non hanno capito niente: il dottore dice che mi serviva un mondo più semplice, ma il tuo non lo è, ci sono sempre solitudini, sofferenza e atrocità”. E quando la statuina inizia a piangere lui la consola: “Piangi perché sei sola, io ci ho passato tutta una vita”. Subito dopo sente dei rumori: lo psichiatra e i suoi famigliari hanno intuito dov’era e sono venuti a riprenderselo. Ma quando entrano nella sala, non lo trovano. Solo il guardiano, buttando un occhio nella casa, vede che la statuina di Alice non è più sola: ce n’è accanto una molto molto somigliante a Charley, che finalmente è riuscito a evadere dal mondo per andare nel suo mondo. “Charley Parkes – dice la voce di Rod Serling nella classica chiusura di puntata -  non fu mai trovato perchè la guardia non raccontò cosa aveva visto. Vedere non sempre corrisponde a credere”.
Delizioso, tenerissimo, e con un Robert Duvall strepitoso nel rendere silenzi, rossori, legnosità, timidezze di un sognatore a disagio nella realtà.

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