In effetti solo uno come me poteva avere un gatto nevrotico.
La diagnosi pare sia questa per Fulmine, che da mesi si lecca freneticamente fino a togliersi i peli su zampe e pancia e qualunque altro punto del corpo che riesca a raggiungere. Sto aspettando gli ultimi esami del sangue e istologici, ma la veterinaria è abbastanza orientata a dire che è sano. Eccolo oggi sul tavolino operatorio per i prelievi.
Foto a metà tra il grottesco e il tremendo, con quella lingua fuori figlia dell’anestesia (ha gli occhi aperti, ma dorme). Quello che ha al collo si chiama collare elisabettiano, perchè ricorda i colletti dei vestiti che si usavano all’epoca di Elisabetta I d’Inghilterra, e serve a impedirgli di leccarsi. In pratica con la bocca non può fare altro che mangiare e bere. Una bella tortura, specie con questo caldo, ma è il solo modo perché torni a crescergli il pelo. Naturalmente il risultato è che mi considera colpevole di questo aggeggio e non mi guarda più sul muso (non che prima lo facesse troppo, da buon gatto, ma ora proprio zero).
Motivi della nevrosi? Probabilmente il fatto che per lunghi tratti della giornata rimane a casa da solo, d’altronde qualcuno dovrà pur lavorare per portare a casa il Kitekat e i croccantini. E l’idea di prendere un altro gatto è esclusa fino a che resterò a vivere in 45 metri quadri: ho ben presente le mazzate che si davano con la gatta Tigre, nell’annetto in cui hanno convissuto, e come mi hanno devastato una casa già naturalmente portata a esserlo visto il suo proprietario.
Ma confesso che spero che sia malato: se sarà ufficiale che sto spendendo soldi in diagnosi (oggi 242 euro tra anestesie, prelievi e analisi) solo per sapere che è nevrotico, cosa che so benissimo da me visto come si comporta, è la volta buona che lo porto al gattile dei mici abbandonati e lo mollo lì, magari facendo una permuta con un randagio. Poi magari capisce cosa vuol dire soffrire nella vita. Altro che fare il nevrotico potendo starsene a casa con riscaldamento d’inverno, aria condizionata d’estate, pappa sempre pronta e sabbia della lettiera sempre pulita.
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Con un poco di zucchero
Ognuno a seconda del momento ha qualche frase che lo rappresenta. Le mie di adesso sono di Woody Allen (“Ho smesso di fumare. Vivrò due settimane in più e in quelle due settimane pioverà”) e di John Lennon (“La vita è ciò che ti succede mentre stai pensando ad altro”).
Io pensavo ad altro due giorni fa, quando ho cambiato la mia vita: sono entrato in farmacia a comprare un dentifricio e già che c’ero mi sono fatto fare analisi di colesterolo, pressione e glicemia. Colesterolo al limite, ma bene, pressione un filino alta, ma accettabile. Glicemia… ehm… La farmacista mi ha guardato come si guarda un terrorista islamico. Mettiamola così: se invitassi Dracula al bar, per zuccherare il caffè non dovrebbe usare una bustina ma gli basterebbe mordermi sul collo. Continua a leggere
Gatto di forza
Il mio lavoro tutto sommato non mi dispiace: è pagato decorosamente, divertente e vario, e stabile che di questi tempi non è poco. Ovviamente non è tutto splendido. Ad esempio sono afflitto da una collega, che lavora nel mio settore, che è la plastica rappresentazione di un gigantesco problema di questo Paese, o forse di questo mondo: la suddivisione in sommersi e salvati. Ovvero, chi ha tutto e chi ha niente. Continua a leggere
Svolazzi
Ci sono quelle giornate in cui pigreggi e te la godicchi senza fare niente di quello che dovresti, e semplicemente stai con te stesso, che nascono senza nessuna pretesa, e dove non ti succede niente di epocale, ma che alla fine puoi mettere decisamente tra i bei ricordi. Questa che si sta chiudendo è stata esattamente così. Continua a leggere
Francamente
Ho avuto il privilegio di nascere e crescere negli anni Settanta, e ne sono felicissimo. Non cambierei la gioia della lettura di libri e giornalini di carta con milioni di ditate su touch screen, e non odio la tecnologia, anzi, mi piace, dico solo che da bambino ha (avuto) per me molta più magia la carta, coi suoi colori, i suoi odori, la sua possibilità di essere pasticciata e arricchita con pennarelli e matite. Non cambierei la magia di quei pochi minuti di cartoni animati in bianco e nero o su tremolanti proiettori casalinghi con l’alluvione di dvd, streaming, canali digitali di adesso, che sono splendidi ma hanno tolto il piacere della conquista, l’assaporare fino in fondo quel poco che c’è.
Epperò – piccolo com’ero – ho avuto anche la fortuna di godermi solo il meglio degli anni Settanta, e non il peggio: il terrorismo, la violenza, gli ideologismi beceri e irrazionali. Oggi ho fatto un tuffo negli anni Settanta, nel bello e nel brutto, andando al funerale di Franca Rame. Il bello: ideali veri di miglioramento del mondo, eliminando ingiustizie e discriminazioni, una passione sincera per gli altri, i principi della nostra Costituzione ancora alla base del vivere civile. Il brutto: una marea di canzoni veramente orrende, anzitutto in senso musicale, una nostalgia verso i decenni passati molto contigua al reducismo, una impressionante quantità di virago ancora dure e pure (c’è solo una cosa peggio di una femminista, ed è una femminista invecchiata), l’autoreferenzialità che è uno dei difetti peggiori della sinistra, cioè il saper parlare solo a se stessa, escludendo gli altri con senso di superiorità. La scena al termine della cerimonia,di un intero piazzale tinto di rosso coi pugni alzati e L’internazionale cantata a squarciagola giuro che non ho capito ancora adesso, a ore di distanza, se sia stata più emozionante, patetica, magnifica o terribile. La direzione ostinata e contraria è per un lato ammirevole, per un altro grottesca. I tempi che corrono mi piacciono pochissimo, ed è giusto lottare, ma quando diventi il fossile vivente, il reduce di te stesso, forse c’è qualcosa che non va: che esistesse ancora il Movimento, come nel 1977, l’ho scoperto da un furgoncino, io lo credevo morto come e più di Franca.
Eppure è stato un bellissimo funerale, se così si può dire. Perché è stato il funerale che lei aveva detto di volere, e ognuno dovrebbe avere il funerale che vuole. E perché la commozione era sincera e palpabile. Non ho grandissime simpatie verso la coppia Fo-Rame, ma neanche grandissime antipatie. Li ho sempre trovati estremisti ma non tanto in quel che dicevano (cioè sì, ma lo calavo nel periodo in cui lo dicevano, cioè in cui la sinistra era molto più vasta e frastagliata di adesso), quanto nei modi, nella assoluta convinzione che quello che pensavano fosse giusto, cosa che un coltivatore del dubbio come me (ne ho intere piantagioni, tanto che molti erroneamente mi scambiano per cinico) non può apprezzare. Ma gli ho sempre riconosciuto coerenza, notevole bravura nella scrittura e nel teatro, cultura enciclopedica. Avevano delle idee, ed erano idee magnifiche in sè, e ci hanno creduto fino in fondo, mettendoci la faccia, anzi qualcosa di più se penso allo stupro fascista di lei. E hanno saputo trasmettere a tanti la loro passione. A cominciare dal figlio Jacopo, che ha tenuto un discorso incredibile perchè alla passione del militante ha unito l’amore del figlio e in pochi minuti è passato dal comizio politico al ricordo struggente di lei che da bambino lo porta a cercare e aiutare un povero di cui avevano letto sul giornale.
Per stare sempre in tema di Ja, molto bello, e immagino non casuale, che la Rame sia ora sepolta accanto a Jannacci. Ecco, qualche canzone di Enzo in più (ho orecchiato solo a un certo punto E l’era tardi, bellissima, ma non c’entrava una bega), per come sapeva coltivare l’arte dello sberleffo sarcastico anche verso se stesso, e magari un Sebben che siamo donne o un Comandante Che Guevara in meno, non mi sarebbe dispiaciuto.
La verità, e quello che ha reso la cerimonia davvero struggente e indimenticabile, è però un’altra. Questo è stato probabilmente un funerale che molti dei presenti – anche io, magari, chissà – ha fatto anzitutto a un pezzettino di se stesso e della propria gioventù, a ideali che magari col tempo ha disconosciuto o mitigato ma che sono e restano magnifici, specie se visti 30-40 anni dopo da un ragazzo che nel frattempo è diventato quasi anziano.
Wanda Oniris
(rubrica sui miei sogni, quando me li ricordo)
Ero allo stadio di Torino, giocava la Juventus e Buffon era in panchina. A un certo punto entrava per un infortunio del portiere, ma in un contrasto a centrocampo si faceva male a sua volta. Aveva una ferita alla testa, però nessuno lo aiutava, anzi la gente lo prendeva in giro. Allora scendevo in campo io e sorreggendolo lo portavo a casa sua. Poi andavo a fargli la spesa, passando anche dal ferramenta e lì c’era Dario Fo che comprava un trapano.
Una coppa da campioni
Il weekend londinese per la finale di Coppa Campioni è stato purtroppo di breve durata, come tutti i weekend.
Però intenso, e zeppo di cose da ricordare. La parte calcistica, anzitutto. Wembley è uno stadio che andrebbe preso a esempio per come: si vede la partita anche nei posti più lontani, lo si raggiunge (metrò e 200 metri a piedi), lo si vive (scale mobili interne, in due minuti sei seduto in qualunque settore), lo si gode senza paure (non un coltello, un fumogeno, uno striscione, grazie anche agli steward, discreti ma prontissimi ad agire). Per non dire del resto. I giornali italiani letti in aereo erano espliciti nel presentare le tifoserie di Bayern e Borussia contrapposte come quelle di Inter e Juve. Ora, è vero che non so il tedesco e quindi magari in realtà si sono insultati loro, madri, zie e pure bisnonni, ma io sospetto che non si stesse insultando gente che andava sottobraccio, che cantava assieme nel metrò, che stava gomito a gomito a farsi una birra nei pub. Non ho neppure voglia di stare qui a menarla sul fatto che l’Italia è un paese di merda e bla bla, è verissimo, ma è la solita solfa tutte le volte, preferisco starmene in silenzio e pensare ad altro.
Ad esempio alla bellissima partita vista. E vista da neutrali, non ci importava nulla di chi vincesse, anche se le magliette del Bayern erano molto più belle e serie di quelle del Borussia, che sembravano pettorine rubate agli steward. Qualità non eccezionale del match, bisogna dirlo, ma un poco della sua bellezza è stata data proprio dall’essere scombiccherata tatticamente, ovvero con schemi che spesso saltavano per la voglia di tentare qualcosa di diverso o semplicemente per stanchezza. Nessuno si è risparmiato: tanti tiri in porta, difese sventate e attacchi sventati. Una squadra nettamente superiore che per poco all’inizio non si faceva superare, poi pian piano abbassava il ritmo, prendeva in mano il gioco senza segnare, faceva un gol un po’ casuale, sembrava avviata a una facile vittoria, prendeva l’1-1 su un errore ridicolo di un difensore, a quel punto ci si aspettava che crollasse, invece domninava ancora ma senza segnare, pensava già ai supplementari e all’ultimo minuto segnava con un giocatore che fino a due mesi fa non era neppure titolare, che aveva cannato tutte le partite della vita e che quella sera stessa aveva sbagliato tre gol ridicolmente facili. Non è un romanzo tutto questo? Non è il racconto di cose che a volte ci capitano nella vita? Il saper vincere e il non riuscire a vincere, il saper perdere e i nostri mille tentativi di farlo inconsciamente? Il nostro scialare il talento che abbiamo e poi diventare campioni quasi per caso?
Non amo molto la frase che il calcio è una metafora della vita, perché troppo spesso questo concetto porta a noiosissimi libri e articoli che pretendono di spiegare col calcio la politica, l’arte, il mondo o magari banalmente il loro ombelico. Febbre a 90 di Nick Hornby è un libro fenomenale anche perché è stato il primo, il problema è stata la massa di Nick Hornby che non erano Nick Hornby. Però a parte questi ammorbamenti è vero che col calcio ti capita di capire meglio altre cose della vita, ogni tanto. E una partita simile è utilissima.
Il resto del weekend è stato un su e giù dalla metropolitana, una visitina alla Tate Modern dove c’è una mostra su Roy Liechtenstein (uno che io trovo un genio per l’intuizione che il fumetto è arte, e un gran stracciapalle dopo il quarto quadro identico a tutti gli altri), un cazzeggio per Soho a vedere porno-shop (nessun acquisto), una serie di spettacolari incursioni in pub per delle ottime birre inglesi, che pure non sono eccezionali perché sempre un po’ sgasate, ma se ben ghiacciate danno il loro bel risultato.
Poi c’è il capitolo cibo. Quello inglese si sa che è orribile, ma a Londra si mangia di tutto. Quando sono all’estero per norma non mangio cibo italiano, costa tantissimo, solitamente è cucinato da cani e pessimo. Stavolta ho fatto un’eccezione per un ristorante italiano. Questo.
Ora, io mi auguro che voi non pensiate che io sia stato lì a mettere certe parole su Google, che abbia scoperto il ristorante e abbia deciso di andarci la prima volta che fossi capitato a Londra. Non lo penserete, vero? Infatti non è così, è successo tutto per caso (spero che ci crediate). Ma il sorprendente è che il posto – sperso tra i dock del porto – non è per nulla squallido, si mangia bene, i cuochi sono tutti italiani e i prezzi ragionevolissimi per una città cara come Londra: 60 sterline due antipasti e una pizza con acqua e una bottiglia di bianco. Il nome, abbiamo chiesto, è stato dato dal fondatore, un pazzo che l’altro ristorante che aprì a Londra lo aveva chiamato Il bordello. L’attuale proprietario voleva cambiare nome, ma questo era diventato un brand, e in effetti lo è, innegabilmente, e se lo tenne.
Il posto mi ha tra l’altro consentito per qualche mese di cambiare una vecchia battuta di Woody Allen che mi si adattava perfettamente: “L’ultima donna in cui sono entrato è stata la Statua della libertà”. Adesso fino a novembre potrò dirne un’altra versione, facilmente immaginabile.
Questo rapido viaggio è stato ultisissimo perché affrontato, per la prima volta dopo anni, con qualcuno. La cavia è stato l’amico Marco. ragazzo bravissimo, dolce, sensibile, e pure bello per quanto possa contare. Ha però una caratteristica che non sopporto: non capisce mai la situazione e di conseguenza parla fuori tempo o seguendo logiche di pensiero tutte sue. Per uno che invece brucia i tempi ed è è impulsivo, anche sbagliando modi e sostanza ovviamente, non è il massimo. Era un test anche per me e per le mie intolleranze. Superato, suppergiù, anche per la sua bontà d’animo. Ha più volte tollerato i miei sarcasmi alle sue risposte agli inglesi che arrivavano dopo pause che neppure Craxi buonanima. Non ha risposto alle mie battutine sulle sue varie ignoranze (scemo non è, colto neppure). Mi ha lasciato guidare con perizia tra le varie fermate del metrò e le proposte di girare per la città. E io ho sopportato le sue piccole manie. Prima tra tutte il fumo. Nulla contro il fumo, se non è di tabacco. Se è di tabacco invece lo odio, anche se tollero chi fuma a meno che proprio non mi sbuffi in faccia. E questo ogni due per tre si accendeva una sigaretta venendo spesso redarguito da guardie o simili. Il trionfo, per tornare alla sua incapacità di comprendere la situazione, è stato quando a Malpensa si è fatto una paglia fuori dagli imbarchi, prima di salire sulla scaletta dell’aereo. Traduzione: accanto a un serbatoio appena riempito di migliaia di litri di kerosene. Una poliziotta gli si è avventata addosso minacciandolo di 2mila euro di multa se l’accendino avesse toccato il tabacco. Ecco, questo è stato solo l’inizio del viaggio. Ma in fondo gli voglio bene per questo, a Marco. E perché mi sopporta.
Ultimo stadio
Gatto nerazzurro
Sarà che sono zitello incallito e per scelta (delle donne, per la verità), ma molti amici mi usano come sfogatoio per le loro vicende personali: raccontano, perché aiuta a mettere in fila le idee come quando prima di un’interrogazione a scuola si ripete la lezione per trovare un filo logico, e chiedono consigli come li si chiede a un terzo distaccato, non parte in causa. A me fa piacere, tutto sommato: è segno di fiducia e mi aiuta a capire meglio certi meccanismi mentali spesso incomprensibili a uno che probabilmente è troppo razionale.
Stasera mi è toccato M., bravissimo ragazzo, carino, dolce e sensibile, e incastrato da una ragazza che lo ama quanto lui, ma che non transige sul fatto che debbano vivere assieme a casa dei genitori di lei, che lo odiano a sangue. Storia lunga, così lunga che per ascoltarla me lo sono portato a cena in una osteria alla periferia di Milano, nel quartiere Ortica, il Gatto nero. Rustica nei cibi e nei modi dei gestori, ma ci piacciono così.
E mentre addentavamo cotoletta e risotto giallo, M. parlava. E spiegava di una storia ancora viva e bella, ma rovinata dall’influenza dei suoceri sulla figlia, e sulle sue mille pretese, sul lanciare provocazioni al telefono e poi sparire per giorni, sul rinfacciargli anche torti di mesi prima che erano stati abbondantemente chiariti e perdonati (non capiva, il tapino, che una donna perdona ma non dimentica e che le donne ci governano coi sensi di colpa: le madri in primis, ma anche le altre). E man mano che aggiungeva particolari mi sembrava chiaro che lui non aveva voglia di proseguire, al massimo poteva concedere un mese di tempo di congelamento, che peraltro avrebbe spostato tutto e nulla più. Voglia di compromessi reciproci, zero. Solo che lui aspettava che io gli dicessi di lasciarla, cosa da cui mi sono ben guardato per evitare poi accuse o coinvolgimenti in un litigio di ex coppia (la sola cosa peggiore di un litigio di coppia). Al massimo gli ho detto che io al suo posto e con questa situazione avrei lasciato, come ho sempre fatto per gli amori che dopo un po’ si rivelavano più negativi che positivi. Quando la situazione si incarognisce, meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine.
Poi ho cercato di cambiare discorso, e l’ho buttata sul calcio, passione comune. Ci siamo messi a parlare del Milan, della Juve e soprattutto dell’Inter: “Non credo – dice M. – che Stramaccioni durerà, ha fallito. Ha avuto gli infortuni che sono arrivati quando stava giocando bene, ma gli infortuni non possono essere solo colpa dei medici, c’entra qualcosa anche l’allenamento. E poi prima il presidente lo prende per stima personale e pochi mesi dopo annuncia la riconferma dicendo che non ha dubbi per ora, è uno che se gli va bene viene cacciato alla quinta di campionato. Specie se quel presidente è Moratti. Meglio darci un taglio”.
Esattamente come la tua vicenda sentimentale, mi viene da dirgli, ma taccio. Da buon milanista qual è non apprezzerebbe il paragone con l’Inter. Così mi alzo e vado in bagno. Nell’altra stanza c’è Stramaccioni. Ok, ho le allucinazioni, no è Stramaccioni. Ok, sono in un racconto di Gene Gnocchi, no è Stramaccioni. Ok, sono direttamente in un telefilm di Ai confini della realtà, no è Stramaccioni. Oh insomma, era Stramaccioni davvero. Bello bello tranquillo, con tre amici, a mangiare e forse a cercare un po’ di relax dopo le sue ultime vicende. Certo, poteva scegliere un po’ meglio il nome del posto: uno che spiega i disastri dell’Inter con la sfortuna non può andare a mangiare al Gatto nero.
Quando lo dico a M. ha un sussulto e si affaccia anche lui a controllare. Poi prende l’iPhone e scatta due foto da lontano. Ma spero che come amante sia meglio che come fotografo. Ecco la più bella delle due foto, l’altra ve la risparmio direttamente.
Monet si sarebbe commosso per l’evidente richiamo al primo Impressionismo, un qualunque appassionato di foto si sarebbe lanciato in porconi clamorosi. Non essendo io né l’uno né l’altro, mi sono solo fatto forza e ho detto a M: “Prendilo come un segno del destino”. E gli ho spiegato la mia teoria: anche Strama è inizialmente stato oggetto e protagonista di un grande e travolgente amore. Poi la passione si è affievolita e adesso il rapporto è di punzecchiature reciproche, idee confuse, voglia probabile ancorché non confessa di piantarla lì. A quel punto o si mettono le carte in tavola e si trova un difficilissimo accordo che va bene a entrambi, oppure tanto vale salutarsi ricordando i bei tempi passati e lasciandosi con civiltà. Oppure, terza e peggiore ipotesi, si fa finta di niente, ci si trascina avanti non sapendo cosa fare per paura e pigrizia, e ci si lascia dopo, quando sarà anche peggio. “Ho descritto la storia del tuo amore o il rapporto professionale tra Inter e Strama?”.
M. ha curiosamente capito al volo, e con ogni probabilità oggi lascerà la ragazza, e spero che non dia la colpa a me. Quanto a Stramaccioni, che ovviamente si era accorto subito dei goffi tentativi di fotoreporter di M., quando ci ha visto avvicinarci a lui ha fatto la faccia rassegnata di chi si aspetta una battuta, una contestazione, una richiesta di autografo. Noi niente, gli siamo passati accanto e ce ne siamo usciti dopo aver pagato il conto. E chissà se al momento in cui Moratti lo silurerà dall’Inter penserà a un rapporto tra due ragazzi che si era incrinato a tal punto da essere non più recuperabile, perché meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine, e a un Gatto nero.
CantavaMilano
Ci sono passato per caso, così come per caso ero capitato sui Navigli, perso per due commissioni. Però l’ho riconosciuta subito via Corsico. Non che abbia qualcosa per farsi riconoscere, anzi è una via anonima, bruttina, serve solo a collegare il Naviglio a Porta Genova. Ma mi ha risvegliato i ricordi.
Che sono restati solo ricordi. All’1 adesso ci sono un lounge bar da happy hour e un locale che contiene diverse macchinette che danno cibo di plastica anche alle 4 di mattina. L’ultima volta che ero stato all’1 c’era il ristorante Cantamilano. Chissà da quanto tempo non c’è più. Era metà anni Novanta, neppure vivevo a Milano, studiavo a Pavia. Ma una sera qui ero venuto dopo averne letto chissà dove e mi ero trascinato dietro mio fratello Roberto. Che poi non è mio fratello anagrafico. Ma il mio destino è curioso anche in questo: la sorella che ho davvero mi ripugna umanamente e personalmente, e invece ho alcuni amici che sono per me il fratello che non ho mai avuto, e che avrei voluto, dannazione (anche se i pessimi rapporti con mia sorella non dipendono dal fatto che sia femmina). Continua a leggere
